Le regole per l’accounting del mondo mergers and acquisitions cambiarono profondamente all’inzio degli anni 2000. Il considerevole aumento nel numero di acquisizioni e di fusioni nella seconda metà del XX secolo, infatti,  motivò l’evoluzione dei dettami contabili sia americani che internazionali. Oggi si richiede all’acquirente di valutare al fair value gli assets acquistati e le liabilities assunte nel corso di una transazione e di riflettere tali valori nei propri libri contabili. Il purchase accounting sta assumendo un’importanza vitale ed è importante capirne le fondamenta e i risvolti sui financial statements. 

In questa serie di articoli, tratteremo in modo specifico la valutazione delle immobilizzazioni intangibili, ossia di quegli assets privi di consistenza fisica e di durata pluriennale, che fanno parte del patrimonio aziendale. Alcuni esempi sono: brand, customer relantionships, know-how etc. La separabilità e la trasferibilità sono requisiti fondamentali per la codifica e la valutazione degli intangible assets. Ma perchè tali asset sono così difficili da valutare?

La contabilità tradizionale si basa sul costo storico. Un asset esiste soltanto se esiste una fattura. Con il passare degli anni però il focus degli organismi di contabilità si è spostato sul concetto di fair value, portando alla ribalta la possibilità di esprimere alcune componenti del bilancio anche in assenza di una semplice fattura.

Classificazione degli asset intangibili

Il mondo delle immobilizzazioni immateriali è vastissimo e segue la fantasia umana messa al servizio del business. Nonostante ciò, vi sono alcuni categorie di asset che ricorrono spesso e che ritroviamo nella maggior parte dei settori, quali i brevetti, i brand, il know-how, il copyright oppure tutte quelle immobilizzazioni customer-based.  

Se proprio vogliamo cercare di categorizzare questo tipo di asset in macro-insiemi, possiamo utilizzare la seguente classificazione:

  • Marketing related intangible assets (ad esempio trademarks);
  • Customer related intangible assets (ad esempio customer lists);
  • Artistic related intangible assets (ad esempio plays o operas);
  • Contract-based intangible assets (ad esempio licensing oppure royalties agreements);
  • Technology-based intangible assets (ad esempio patented technology).

Se volete maggiori dettagli sulle varie tipologie di asset intangibili, vi consiglio di dare uno sguardo agli esempi forniti da organi quali il FASB o lo IASB. Ricordatevi però che l’assembled workforce (o forza lavoro) viene solitamente esclusa e non riconosciuta nello stato patrimoniale, in quanto fallisce il test di separabilità e di trasferibilità. Qualsiasi società può avere i migliori dipendenti del mondo, ma il loro valore è nullo se vengono separati dal business. Per questi motivi, l’assembled workforce viene inclusa nell’avviamento, senza riconoscere un intangible asset separato nello stato patrimoniale dell’acquirente.

Riconoscimento degli asset intangibili

Come abbiamo detto prima, gli asset intangibili sono asset privi di sostanza fisica e solitamente hanno una durata pluriennale. Un asset intangibile deve essere riconosciuto separamente dal goodwill (o avviamento) solo se vi sono diritti contrattuali o legali che ne giustificano l’esistenza. Inoltre, tali asset devono rientrare nella definizione di trasferibilità e di separabilità: gli asset cioè possono essere separati dal valore dell’azienda acquistata, transferiti, affittati, concessi in licenza o scambiati. Un asset non separabile può comunque venir riconosciuto nello stato patrimoniale qualora possa essere accoppiato a un contratto che può essere transferito, affittato, concesso in licenza o scambiato.

Infine, gli intangible assets riconosciuti possono essere a vita utile definita a vita utile indefinita. Nel primo caso, l’asset va ammortizzato lungo la sua vita utile. Nel secondo caso, invece, l’asset va testato annualmente ai fini dell’impariment test come avviene per l’avviamento.